Le “ragioni” della fecondazione eterologa. Alessandro Cortese

Newsletter n°4 – settembre 2014

Le “ragioni”  della fecondazione eterologa.  Alessandro Cortese

Ultimamente ci ha pensato la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile a richiamare l’attenzione sul fatto che l’attacco alla legge naturale in tema di vita e famiglia non solo non si è fermato, ma anzi continua ad avanzare inesorabile. Fecondazione assistita eterologa, utero in affitto, ideologia del gender ecc. sono tutti aspetti della deriva antropologica che molti scambiano per progresso. In questo senso la data del pronunciamento merita di essere ricordata come una tappa importante nella storia della decadenza dell’ethos del nostro tempo.  In effetti l’alta corte ha sancito che il divieto contenuto nella legge 40 del 2004 di far ricorso a gameti esterni alla coppia è incostituzionale, e ciò è tanto più grave quanto più si considera che la decisione….

è definitiva, e segnerà in modo irreformabile la futura attività legislativa in materia, dato che nessuna legge d’ora in poi in Italia potrà rendere illegale la fecondazione eterologa. Molto è stato scritto di come la legge 40 sia stata ripetutamente colpita, fino a quest’ultima spallata, da sentenze della magistratura che in modo quasi sistematico e non del tutto democraticamente hanno rovesciato una legge votata dal Parlamento, che era passato indenne anche la sfida del referendum abrogativo del 2005. Quel referendum fu salutato positivamente dal mondo cattolico perché rappresentò un’inversione di tendenza delle idee della popolazione italiana su temi eticamente sensibili, rispetto ai famosi precedenti del 1974 (referendum sul divorzio) e 1981 (aborto) che invece ne sancirono lo scollamento dalla morale cattolica.

Ma qui è interessante soffermarsi sulle motivazioni della sentenza recentemente depositate, le quali dicono che sulla base della nostra Carta bisogna riconoscere come incoercibile il desiderio di avere un figlio. Che si può tradurre anche così: vi è un diritto incoercibile ad avere un figlio. Quali sono i presupposti culturali di tale presunto diritto? Per capirlo conviene soffermarsi sull’aggettivo, incoercibile, perché qui sta la cifra culturale della condizione moderna. Incoercibile vuol dire che non può essere disconosciuto da parte di alcuna autorità. Significa in altre parole che i giudici ritengono che il desiderio di una coppia sterile di avere un figlio viene prima di ogni considerazione relativa ai diritti del nascituro di avere una identità biologica chiaramente identificabile e che coincida con le persone che lo cresceranno. Da oggi sappiamo che in Italia mettere in maniera deliberata al mondo un figlio che, per parte di madre o di padre, non appartiene biologicamente in toto ai membri della coppia, fa parte di quegli stessi diritti, questi sì davvero incoercibili, come il diritto alla vita, alla libertà di pensiero ecc. che sono contenuti nella prima parte della nostra Costituzione.

     È un’interpretazione dei diritti che presuppone una ben precisa visione antropologica, che svincola la libertà umana dall’obbligo di seguire una verità oggettiva che la precede e determina, in una certa misura, i suoi confini legittimi. E qui si sta parlando di una verità che si può comprendere con la ragione umana. Limitandoci all’essenziale, come non riconoscere nel frutto del concepimento, il bambino, l’atto di un uomo e di una donna che mettono in comunione i loro corpi come segno e strumento del loro amore? E la compenetrazione della loro corporeità si manifesta nel corpo del bambino che custodisce i segni genetici dei suoi genitori. Entrare a gamba tesa in questo rito, perché tale è la generazione umana, scomponendolo e facendo intervenire nel dialogo tra i due un terzo interlocutore, il donatore (o la donatrice) esterno di gameti, che lascia la sua impronta nel bambino per poi rimanere nell’ombra, assente, significa fare violenza alla natura. Con questo termine intendiamo la verità profonda che è all’origine di ogni vita. Il caso recente dei gemelli impiantati nell’utero sbagliato in un ospedale romano è – con tutta la sua drammaticità – un monito a non sorvolare troppo facilmente sull’importanza dell’identità genetica nel costituirsi del identità di figlio.

         Perché non vediamo più la natura in questo modo, come il luogo in cui è presente il senso del vivere, soprattutto degli atti che più degli altri hanno a che fare con la trasmissione della vita e la sua conservazione? La risposta più convincente, almeno sul piano culturale, e senza voler giudicare le intenzioni dei singoli, è che la natura ora, nella cultura dominante, viene vista come materiale neutrale su cui esercitare la propria potenza. In questo atteggiamento confluiscono e si reggono congiuntamente alcuni nodi teorico-pratici dell’epoca storica moderna, tra i quali mi paiono particolarmente rilevanti la concezione liberale della società e la tecnica intesa come manipolazione libera della natura.

Questi due fattori si trovano operanti culturalmente, anche se implicitamente, nella sentenza della Consulta. Seppure sommariamente tentiamo una loro brevissima chiarificazione. Il liberalismo è la concezione politica dominante in occidente e dei suoi ordinamenti costituzionali. Esso nacque dal bisogno di tutelare i diritti del singolo contro l’arbitrio del potere da parte del re; e in questo sta la sua parte buona, che ha prodotto le varie dichiarazioni dei diritti. Ma la visione di fondo della persona, comune a tutte le forme di liberalismo, è individualistica, dal momento che la considera indipendentemente dai rapporti costitutivi che la precedono sorreggendola: la relazione con Dio in primis, quella con la famiglia e in generale con le comunità di appartenenza e con il mondo.  Ci sono relazioni fondamentali, che chiamiamo costitutive, che vengono prima di ogni nostra decisione e di ogni consapevole accettazione, perché esse ci costituiscono appunto in quello che siamo. Posso anche rinnegare la mia famiglia, ma questo mi è permesso solamente perché prima ne ho avuta una. Ora l’errore del liberalismo è che concependo l’essere umano indipendentemente dai rapporti costitutivi, lo si ritiene anche indipendente da ogni dovere, che nasce sempre da un vincolo riconosciuto. Ecco che la libertà diventa la bandiera dell’epoca moderna, una libertà che è intesa innanzitutto e quasi esclusivamente come “libertà da”, vale a dire immunità da ogni coercizione (da cui l’incoercibilità del diritto ad avere un figlio) e non come risposta a un dono ricevuto che nasce dal senso di appartenenza. La tecnica contemporanea, figlia e sorella della scienza moderna, da cui il termine tecnoscienza, è la capacità di trasformare il mondo secondo fini dati dall’uomo stesso, ed è connotata dal non essere sottoposta ad alcun condizionamento etico.     

A scanso delle intenzioni dei singoli scienziati, la tecnica attuale non mostra alcuna limitazione al proprio pieno dispiegarsi, perché si radica in una visione del mondo che non riconosce aristotelicamente alcun fine intrinseco alla natura, ma fa sua una mentalità in senso lato cartesiana secondo cui la natura è materia manipolabile a piacere e sulla quale esercitare il potere.

Non è difficile accorgersi della solida alleanza che si crea tra l’individualismo liberale e la tecnoscienza: entrambe concordano nell’affermazione della assoluta autonomia della libertà umana. Allora il desiderio (umanamente comprensibile) di avere un figlio si trasforma in pretesa che viene  assecondata dallo stato in nome dei diritti individuali e materialmente resa possibile dalla tecnica. Rivendicare la piena autonomia della persona umana presuppone, anche implicitamente, ma non per questo meno efficacemente, il rifiuto di ogni rapporto di dipendenza, soprattutto di quello più originario con Dio. Questo è uno dei motivi più forti per cui nelle nostre società occidentali si è diffuso un ateismo pratico.                                                 

Il quadro sopra delineato per rapidissimi cenni, trova una conferma e un approfondimento illuminante nell’analisi che Tommaso Demaria fa dell’ideologia della società liberal-capitalista. Penso che si possa tradurre la concezione demariana di capitalismo servendosi delle due categorie su esposte: esso è il movimento storico che costruisce una società sulla base della concezione individualistica della persona in funzione della quale viene messa a servizio l’enorme forza delle tecnica sostenuta dall’apparato industriale. In Sintesi sociale cristiana Demaria ritiene che l’essenza del capitalismo sia il laicismo, un atteggiamento di indifferentismo religioso che viene da lontano, dall’umanesimo rinascimentale e che poi si è ingrossato e allargato, come una valanga, nel corso della storia europea con la Riforma protestante e la Rivoluzione francese, diventando prassi sociale, e quindi ideologia, a partire dalla Rivoluzione industriale. Un’ideologia che non ha i caratteri apertamente rivoluzionari del marxismo e proprio per questo è riuscita in Occidente a operare silenziosamente, dal di dentro, a mo’ di fermento, fino a diventare una componente qualificante la società contemporanea, vincendo sullo stesso marxismo. Per Demaria il laicismo a sua volta si radica nel naturalismo, e non, come è il caso del marxismo nel materialismo. Il naturalismo è certamente la riduzione programmatica dell’essere umano alle componenti naturali, e per questo si può certamente annoverarlo tra le forme di materialismo, ma ha caratteristico il rifiuto del soprannaturale, cioè di ogni concezione dell’uomo, massimamente il cristianesimo, che riponga in un intervento elevante di Dio, la salvezza dell’uomo. Ecco perché il nemico giurato del laicismo non è la religiosità in se stessa, ma la proposta cristiana. Forse non è del tutto errato sostenere che la forma mentis laicista si può comporre con la mentalità gnostica, e le sue diverse versioni, compresa la religiosità deistica massonica.

Come uscire da tutto questo? Non è qui la sede per ricette facili e immediate, ma ogni via di uscita richiederà prima ancora che del tempo un cambio profondo di mentalità, quasi una metanoia, a cui i cristiani dovranno dare un apporto determinante. Essa avverrà cogliendo fino in fondo la verità sulla persona umana e sulla società. Come persone, enti di primo grado, dobbiamo coltivare la consapevolezza della nostra creaturalità, la dipendenza ontologica radicale da Dio, che è all’origine del nostro esistere, a cui dobbiamo corrispondere con un sì grato. Successivamente, e in stretta continuità con il primo punto, come enti di secondo grado, dobbiamo riconoscerci come storicamente appartenenza a gruppi sociali, di cui siamo parte organica (pensiamo alla famiglia, alla Chiesa, alla azienda, al nostro paese, e a tutti gli altri numerosissimi enti intermedi che intersechiamo nella nostra storia), ai quali dobbiamo partecipare mettendoci a servizio della crescita sana del gruppo, quella cioè che custodisce corresponsabilmente al proprio interno la vita buona di tutti e di ciascuno dei membri. 

Prof. Alessandro Cortese

 

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Una risposta a Le “ragioni” della fecondazione eterologa. Alessandro Cortese

  1. Cip scrive:

    Davvero un bell’articolo, molto valido dal punto di vista filosofico. Purtroppo è fondato sulla ragione e sul sentimento retto, perciò non verrà capito da molti….

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