Il corpo come Fondamento della Verità

Simone Tropea • 9 gennaio 2026
Articolo condiviso con il blog di Simone Tropea

L’impasse dell’idealismo e la crisi del nostro tempo

Viviamo in un’epoca che ha ereditato, spesso inconsapevolmente, la struttura profonda del pensiero idealista. L’idea che la realtà coincida con la coscienza, che la storia sia l’autosviluppo dello spirito, permea non solo la filosofia accademica ma il nostro modo comune di sentire il mondo. Hegel prima e Kojève poi hanno portato questa intuizione alle sue conseguenze più radicali: la storia avrebbe un compimento nel momento in cui la coscienza diventa pienamente trasparente a sé stessa, quando il pensiero non trova più nulla da negare perché ha assimilato tutto il reale a sé.


Questa visione ha un fascino innegabile. Promette una riconciliazione finale, una trasparenza assoluta in cui ogni conflitto è superato e integrato nella ragione universale. Il soggetto post-storico immaginato da Kojève vive in un mondo già compiuto, dove non c’è più bisogno di trasformare ma solo di contemplare, dove la libertà si è realizzata pienamente proprio perché non incontra più resistenza. È l’immagine dell’uomo che ha conquistato il mondo pensandolo, e così ha reso il reale integralmente razionale.

Ma proprio qui si nasconde un paradosso fatale. La coscienza che non incontra più resistenza, che non trova più nulla di esterno a sé con cui misurarsi, è una coscienza morta. Quando lo spirito diventa completamente trasparente a sé stesso, perde il suo oggetto e implode. La “fine della storia” si rivela non come compimento della libertà, ma come dissoluzione del soggetto stesso. Il desiderio, che secondo Kojève è il motore della storia, si scopre infondato quando non ha più nulla da negare. A cosa era attaccato? Dove puntava? Solo a sé stesso. E così implode nell’apatia assoluta, in un’autoreferenzialità che trova nell’auto-distruzione il suo esito pratico.


Non è solo un problema teorico. Le conseguenze storiche di questa visione sono sotto i nostri occhi. Ogni progetto che ha preteso di rendere il reale totalmente trasparente alla ragione – le grandi ideologie totalitarie del Novecento, le utopie tecnologiche del nostro presente – si è rovesciato in violenza e auto-distruzione. La Silicon Valley e la sua ossessione per la “singolarità tecnologica” rappresentano l’ultima versione di questa illusione hegeliana: l’idea che un’intelligenza universale possa processare l’intero sapere umano, rendendo il mondo completamente trasparente alla mente che lo comprende. È lo Spirito Assoluto tradotto in algoritmo.

Oggi assistiamo al collasso etico, alla perdita del limite e del valore delle relazioni, alla regressione verso forme di violenza che credevamo superate. Una perdita di umanità che non deriva dalla mancanza di mezzi o di conoscenze, ma dall’assenza di un principio di verità che sia esterno e anteriore alle narrazioni dominanti; una misura di senso che ci interpella e ci interroga e che non siamo noi a ipotizzare. Quando la verità non precede il pensiero ma è il pensiero a pretenderne il possesso, ogni costruzione storica diventa potenzialmente distruttiva, perché salta la premessa stessa della razionalità: l’incontro con la realtà. Ciò che sembra emancipazione si rovescia in dominio, ciò che nasce come progresso degenera in potenza cieca.


Il corpo come principio di realtà.

Di fronte a questa impasse, occorre un gesto filosofico radicale: non negare la ragione, ma radicarla nella realtà. Darle un principio di realtà che la preceda e la ecceda, costringendola a misurarsi con qualcosa che non può manipolare. Questo principio non va cercato in un’altra costruzione teorica, in un sistema alternativo all’idealismo. Va cercato in ciò che è più ovvio e più trascurato: il corpo.


Il corpo non è un’idea che la coscienza si costruisce. È un dato che si impone, una resistenza reale che nessuna narrazione può eliminare. Ho fame, e non posso decidere di non averla semplicemente pensando diversamente. Provo dolore, e nessuna interpretazione lo fa scomparire. Invecchio, e nessuna coscienza ferma il tempo. Muoio, e qui sta il limite assoluto che nessun pensiero può superare.

Questa non è una banalità. È il fondamento di ogni realismo autentico. Il corpo è l’alterità irriducibile che impedisce alla coscienza di chiudersi nel solipsismo. È il principio che salva la ragione da sé stessa, dandole un oggetto con cui misurarsi, un riferimento che la ridimensiona senza annullarla. La coscienza non viene negata, viene radicata in qualcosa che la eccede e la fonda.

Quando Benedetto XVI scrive nella Caritas in veritate che ‘lo sviluppo ha bisogno di verità’, non sta facendo un appello morale generico. Sta indicando una necessità ontologica: senza un riferimento a ciò che è reale indipendentemente da noi, ogni progetto storico diventa autoreferenziale e, alla lunga, autodistruttivo. La verità di cui la storia ha bisogno non può essere solo la coscienza emergente del processo storico. Deve essere riconosciuta in un punto oggettivo della realtà che resiste a ogni tentativo di manipolazione.


Dal corpo individuale al corpo sociale.

Ma il corpo non è solo il limite individuale che ciascuno di noi sperimenta nella propria carne. È un modello strutturale che si replica a tutti i livelli della realtà. Qui entra in gioco quello che possiamo chiamare il pensiero organico dinamico: un metodo che permette di riconoscere le leggi del reale senza cadere né nell’idealismo (tutto è coscienza) né nel meccanicismo (tutto è causa-effetto).


Quando parliamo di corpo sociale non stiamo facendo una metafora poetica. Stiamo riconoscendo una struttura reale: la società è un organismo che, come il corpo biologico, ha una sua fisiologia, può ammalarsi, può morire, ha bisogno di equilibrio. Non è la somma degli individui che la compongono, ma un sistema vivente dove ogni parte è in relazione con il tutto. Come nel corpo umano: il cuore non esiste “da solo”, esiste in rapporto ai polmoni, al cervello, al sangue. Così nella società: ogni istituzione, ogni comunità, ogni persona esiste in un tessuto di relazioni che la costituisce.

Questo organismo è dinamico. Non è una struttura statica ma un sistema in continua trasformazione. Ha fasi di crescita, maturità, crisi, rigenerazione. Come il corpo passa dall’infanzia alla vecchiaia attraversando tappe necessarie, così le società attraversano cicli storici che non sono arbitrari ma seguono leggi interne. Il pensiero organico dinamico permette di riconoscere queste leggi senza pretendere di dedurle a priori, ma leggendole nell’esperienza storica concreta.

Questa prospettiva ha conseguenze decisive. Se la storia è pensata solo come “coscienza che si auto-comprende”, allora non ha vincoli interni e può costruirsi qualsiasi narrazione. Ma se la storia è pensata come corpo sociale in divenire, allora ha una sua verità oggettiva: ci sono configurazioni che lo fanno vivere e configurazioni che lo fanno ammalare. Non tutto è equivalente. Non tutto è possibile. Esistono strutture sociali che rispettano la natura organica della comunità e strutture che la violano, producendo sofferenza, disgregazione, morte.


La verifica etica.

Come si riconoscono queste strutture? Come si distingue una vera diagnosi del corpo sociale da un’ideologia mascherata da scienza? La risposta è tanto semplice quanto radicale: la verifica è etica.

Il criterio di verità non è teorico ma pratico. Non si giudica una lettura del corpo sociale dalla sua coerenza logica interna, ma dai suoi effetti sulla vita concreta. Una diagnosi è vera se promuove la vita invece di negarla, se rispetta il limite invece di violarlo, se genera relazioni invece di distruggerle, se riconosce la persona invece di ridurla a funzione.

Il corpo – individuale e sociale – risponde. Se lo nutri bene, fiorisce. Se lo avveleni, si ammala. Se lo neghi, muore. La realtà reagisce. Questo è realismo etico: la verità non è solo ciò che pensiamo correttamente, ma ciò che opera correttamente nella realtà.

Gli esempi concreti sono sotto i nostri occhi. Un’ideologia che nega il bisogno di riposo produce corpi malati, burnout, suicidi. Un sistema che nega la generatività produce società senescenti, senza futuro. Una tecnica che promette immortalità ma distrugge relazioni produce solitudine e disperazione. In ciascuno di questi casi, il corpo sociale “parla” e dice: questo mi sta uccidendo.

L’etica non è un sovrappiù morale aggiunto alla realtà. L’etica è il linguaggio della realtà stessa. È il modo in cui il corpo – individuale e sociale – manifesta la sua verità. E questa manifestazione non è arbitraria, non è soggettiva, non dipende dalle preferenze culturali. È oggettiva perché radicata nella struttura stessa dell’essere.


Qui tocchiamo il realismo morale nella sua forma più forte. I valori morali non sono costruzioni culturali che variano a piacimento. Sono proprietà oggettive della realtà perché il corpo stesso è già normativo. Ha una teleologia interna: il cuore deve pompare sangue, altrimenti è malato. I polmoni devono ossigenare, altrimenti muoiono. La persona deve essere riconosciuta, altrimenti si distrugge. La società deve generare, altrimenti si estingue.

Questi “deve” non sono imperativi esterni imposti da un’autorità arbitraria. Sono leggi interne alla struttura stessa della realtà. Riconoscerle non è questione di opinione, ma di onestà intellettuale di fronte a ciò che è.


Ragione e fede: il fondamento ultimo

Ma ora sorge la domanda decisiva. Se la ragione riconosce queste strutture oggettive, se legge le leggi organiche del corpo sociale, se diagnostica i sintomi dell’organismo storico – chi o cosa garantisce che questa lettura non sia ancora una costruzione della coscienza? Come sappiamo che stiamo davvero riconoscendo la realtà e non proiettando su di essa i nostri schemi mentali?

Qui la ragione incontra il suo limite interno. E questo limite non è un difetto, ma la sua verità più profonda. La ragione può descrivere come funziona il mondo, può riconoscere che il mondo ha un ordine intelligibile, può leggere le leggi che governano il corpo sociale. Ma non può spiegare perché esiste un mondo così strutturato invece del nulla. Non può giustificare l’esistenza stessa dell’ordine che essa riconosce.


Perché c’è qualcosa invece di niente? Perché la realtà è ordinata e non caotica? Perché il corpo è strutturato con finalità proprie e non è solo materia inerte? La ragione arriva fino al limite di queste domande e poi deve riconoscere qualcosa che la precede.

È qui che interviene la fede. Non come rinuncia alla ragione, non come salto nell’irrazionale, ma come completamento della ragione stessa. La fede è meta-razionale: non contraddice la ragione ma la porta al suo compimento, riconoscendo che l’ordine razionale del mondo rimanda a un Fondamento che la ragione non può generare da sé.

Il corpo esiste: chi lo ha fatto? La struttura morale è oggettiva: chi l’ha iscritta nella realtà? La storia ha un senso: chi lo ha posto? Queste domande non sono filosoficamente neutre. Evocano necessariamente un Principio che all’origine della realtà e del suo ordine.

La ragione senza fede diventa idealismo: si crede autosufficiente, pretende di fondare tutto su sé stessa, e alla fine implode. La fede senza ragione diventa fideismo: si stacca dalla realtà, diventa arbitraria e cieca, perde il suo radicamento nel mondo concreto. Ma ragione e fede insieme costituiscono il realismo integrale: riconoscono che la realtà è dono perché data. C’è, è intelligibile, ha un senso, e tutto questo precede il nostro pensarla.


Il compimento: il corpo mistico di Cristo

E qui arriviamo al cuore della questione. Se il corpo è il dato originario, se la ragione lo legge riconoscendone le leggi, se la fede riconosce il Donatore – quale è la forma definitiva del corpo? Dove trova il suo compimento questa struttura che attraversa tutta la realtà, dal corpo individuale al corpo sociale?


La risposta cristiana è, nella storia del pensiero, quella più interessante. Tanto scandalosa quanto concreta: il corpo mistico di Cristo.

Non si tratta di una metafora spirituale, di un’idea astratta sovrapposta alla realtà. È la visione della realtà stessa portata al suo compimento. Cristo si incarna: il Logos, il Principio ordinatore del cosmo, entra nella storia come corpo concreto. Non come idea, non come spirito disincarnato, ma come carne: un uomo nato da donna, che ha fame e sete, che soffre e muore.

Cristo muore e risorge: il corpo attraversa il limite assoluto – la morte – e lo supera realmente, non simbolicamente. La risurrezione non è un mito consolatorio, è un evento storico che trasforma la struttura stessa del reale. Il corpo risorto di Cristo è il paradigma del corpo redento, la forma verso cui tende tutta la creazione.

La Chiesa è il suo corpo mistico: la comunità storica dei credenti non è una semplice associazione di persone che condividono idee simili. È la continuazione reale dell’Incarnazione. Cristo continua ad essere presente nella storia attraverso questo corpo visibile, concreto, fatto di carne e sangue.

Questo evento – che unisce fede e ragione -completa il realismo perché finalmente il corpo sociale trova la sua forma vera. Non lo stato, non la nazione, non l’umanità astratta. La forma definitiva del corpo sociale è la comunione di persone unite in Cristo: non un’organizzazione burocratica, ma un organismo vivente il cui capo è il Risorto.

Il corpo mistico è reale, non ideale. Ha una struttura sacramentale, visibile, concreta. I sacramenti non sono simboli vaghi ma gesti storici precisi: acqua, pane, vino, parole che veicolano realmente la grazia. La gerarchia non è una sovrastruttura di potere ma la forma storica che garantisce la continuità del corpo attraverso il tempo.


Il corpo mistico è storico, non atemporale. Agisce nella storia, cresce, soffre, si trasforma. La Chiesa attraversa le epoche, conosce crisi e rinascite, porta i segni del tempo. Non è un’idea platonica calata dall’alto, ma una realtà che si sviluppa organicamente dentro la trama degli eventi umani.

Il corpo mistico è trascendente, non chiuso. Ha un fine che eccede la storia ma opera dentro la storia. Il Regno di Dio non è solo alla fine dei tempi, ma è già presente, nascosto come un seme nel campo. Cresce mescolato alla zizzania, piccolo e quasi invisibile, ma reale ed efficace.


L’universale nel particolare

Ma qui sorge un’obiezione inevitabile. Come può il corpo mistico essere insieme universale – Cristo è morto per tutti, non solo per i cristiani – e particolare – la Chiesa concreta, con i suoi limiti, i suoi peccati, le sue divisioni storiche? Non è una contraddizione insanabile?

La risposta sta nel comprendere la logica dell’Incarnazione fino in fondo. L’universale non esiste oltre o accanto al particolare. L’universale esiste nel particolare. Non c’è “umanità in generale”: ci sono persone concrete con nome e cognome. Non c’è “corpo sociale astratto”: ci sono comunità storiche specifiche. Non c’è “corpo mistico ideale”: c’è la Chiesa concreta, visibile, con tutti i suoi limiti.

Dio non salva l’umanità in astratto, bypassando la storia. Si fa carne in un tempo e in un luogo precisi: Palestina, I secolo, famiglia di Nazareth. L’universale entra nella storia attraverso il particolare. Un corpo specifico. Una morte specifica. Una risurrezione specifica.


La Chiesa è il modo in cui quella particolarità continua ad essere accessibile universalmente. I sacramenti sono gesti storici concreti che veicolano una grazia universale. La gerarchia è una struttura visibile che garantisce la continuità storica di un corpo concreto. La comunità è fatta di persone concrete, peccatrici, limitate, che però sono realmente membra di Cristo.

Ed ecco il paradosso più profondo: la Chiesa è santa e peccatrice. La logica dell’Incarnazione va fino in fondo. Il corpo di Cristo sulla croce era sfigurato, sanguinante, apparentemente sconfitto. Eppure era Dio. Il corpo della Chiesa è ferito, traditore, vigliacco. Eppure è corpo di Cristo.

I limiti della Chiesa non annullano la sua universalità, ma la confermano. Dimostrano che la salvezza non viene dalle nostre capacità ma dal Corpo di Cristo che sostiene la nostra fragilità. L’universalità passa attraverso il limite, non lo aggira. Questo è il sacramento: un segno visibile che contiene e comunica una realtà invisibile. L’acqua battesimale è H₂O reale, ma comunica la vita divina. Il pane eucaristico è materia fisica, ma è il corpo di Cristo. La Chiesa è istituzione umana fallibile, ma è il corpo mistico.


Conclusione: la storia ha un fine

Torniamo così alla domanda iniziale sulla verità della storia. La storia ha un fine o è solo una sequenza insensata di eventi? L’idealismo risponde: ha un fine che coincide con l’autocoscienza dello spirito. Ma questa risposta implode su sé stessa, come abbiamo visto. Il materialismo risponde: non ha alcun fine, è solo meccanismo cieco. Ma questa risposta rende impossibile qualsiasi azione sensata nella storia.


Il realismo cristiano risponde: la storia ha un fine, non una fine. Ha una direzione, un senso, un compimento – ma questo fine non è un punto terminale dove tutto si ferma. È una Persona che attraversa la storia dall’interno, orientandola verso la pienezza senza annullarne la drammaticità.

Il fine della storia non è un’idea hegeliana che si auto-realizza, ma una Persona incarnata che dona senso al tempo entrando nella carne del tempo. Non è la trasparenza assoluta della coscienza a sé stessa, ma la comunione delle persone nel corpo di Cristo. Non è la fine del desiderio nell’apatia post-storica, ma il compimento del desiderio nell’amore eterno.

Questo fine non si realizzerà solo “alla fine”. È già operante adesso, nascosto ma reale, come il Regno che cresce nel campo delle nostre vite. La Chiesa, con tutti i suoi limiti, è la forma storica di questa presenza. Non un’approssimazione imperfetta di un ideale, ma la realtà concreta attraverso cui Cristo continua ad agire nel mondo.

Il realismo integrale che abbiamo delineato tiene insieme:

  • Il corpo come dato originario che resiste alla coscienza
  • La ragione che legge le leggi organiche della realtà
  • La fede che riconosce il Donatore e il suo dono
  • La Chiesa come forma storica e concreta di questa verità incarnata

La verità della storia non sta né nella coscienza sola (idealismo) né nel meccanismo cieco (materialismo), ma nel corpo: vivo, relazionale, ferito, risorto. Un corpo che è sempre particolare ma aperto all’universale. Un corpo che soffre ma non è annientato. Un corpo che muore ma risorge.


Questa è la speranza che permette di attraversare la crisi del nostro tempo senza cadere né nell’utopia ideologica né nella disperazione nichilista. La storia ha un senso perché ha un corpo che la sostiene. E questo corpo, nonostante tutte le sue ferite, è ancora vivo: ed è il corpo di Cristo.



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Il filosofo o lo studioso che si occupa di realismo integrale diviene di necessità anche un apostolo, perché l’impegno con l’essere della realtà storica lo rende persuaso della necessità della cultura-conoscenza come via necessaria all’azione politico-sociale [1] . E’ con questo spirito che mi accingo da filosofo non accademico a ripercorrere, con gli adeguati riferimenti bibliografici, i contenuti della relazione che ho tenuto un po’ a braccio il 21 marzo 2024 alla Pontificia Università Salesiana in occasione del convegno “ Tommaso Demaria: uno sguardo organico-dinamico sulla storia e sulla società .” L’essere della realtà storica appena accennato ci introduce al tema essenzialmente nuovo inaugurato da don Tommaso Demaria, essenzialmente diciamo ma non fenomenicamente poiché da questo punto di vista l’intuizione di molti ricercatori, per quanto non ancora riflessa a sufficienza, ha condotto molti a rendersi conto che il mondo in cui viviamo appare come una realtà globale, unitaria, interconnessa e in grado perciò di muoversi secondo logiche proprie e inesorabili che sfuggono perfino al controllo dei singoli potenti di turno. Discipline come la sociologia, la psicologia, le scienze dell’organizzazione ma anche la stessa economia rilevano da anni il fenomeno, tuttavia ancora manca alla cultura dominante una visione completa capace di dar conto di tutti gli aspetti in campo: materiali, relazionali, spirituali e metafisici. Lo scopo di questo discorso è quindi quello di stimolare una coscienza intorno all’essere della realtà, perché prima di agire occorre pensare e prima di pensare occorre essere, rendersi conto di essere e di vivere accanto ad altri esseri, perché l’essere precede l’agire non solo personale ma anche comunitario. Il percorso si articola in cinque passaggi che sono invero cinque domande: Di quale essere stiamo trattando? Una società ateo-materialista è in grado di prosperare o almeno sopravvivere? Cosa sono il pensiero unico, i grandi resets e il nuovo ordine mondiale di cui tanto si sente parlare? La ideologie sono tutte negative come tali oppure si deve tener conto del loro contenuto di verità? Possiamo indicare delle vie concrete? Sembra la prima una domanda fuori tempo massimo: a chi può mai interessare oggi un discorso sull’essere o sulla vita? La società liquida con i suoi deliri ha fatto evaporare ogni punto di riferimento stabile, ogni riscontro oggettivo: tutto cambia, tutto muta, tutto scorre, al più si può dire che tutto l’essere è il divenire stesso. Eppure la nebbia di una cultura nichilista pervasiva e invadente come quella moderna (per non dire modernista) non riesce a sopire completamente l’esigenza di essere, di senso e di significato che si scopre ancora incardinata nel cuore di ogni uomo. L’esperienza quotidiana carica di problemi enormi e di enormi opportunità ci catapulta nostro malgrado in un fluire di vicende storiche che non riusciamo a dominare e nemmeno a capire ma che in qualche modo contribuiamo a generare; il mondo va avanti anche con il nostro spesso inconsapevole sostegno e con logiche proprie; le leve del comando sono impersonali, occulte, segrete eppure reali, assegnate in modo oscuro ma lucido a guide concrete ma provvisorie e solo funzionali al perpetrarsi di un mondo che in fondo non vogliamo: la guerra torna a bussare inaspettata alla nostra porta. In questa profonda esigenza di essere, legata ad un perenne senso di malessere per un mondo che non capiamo, assume di nuovo un valore epocale tutta la riflessione di Demaria sulla Realtà Storica, tornando così potente, attuale e anzi necessaria. Quella che un tempo fu l’intuizione di un geniale metafisico oggi è esperienza concreta di molti uomini: la realtà storica appare davvero come un essere capace di vivere a agire a titolo proprio. La portata di questa intuizione comporta la richiesta teoretica di un’adeguata giustificazione: non ci può bastare il solo dato fenomenico anche se ormai di per sé evidente. Giustificazione che però non è possibile affrontare qui, ci basti per ora solo rilevare che alla griglia degli esseri oggetto della metafisica tradizionale e cioè l’uomo, la natura e Dio vi si aggiunge appunto anche l’essere della realtà storica che diventa tale, secondo il salesiano, a partire dalla rivoluzione industriale, imponendosi per di più come organismo dinamico vivo e perciò capace di vivere a agire a titolo proprio. [2] Sono affermazioni importanti che suscitano curiosità ma anche timori: se la realtà storica vive agisce a titolo proprio dove va a finire la libertà umana? La libertà, proprietà inalienabile della natura umana, è un bene prezioso e un dono esclusivo che ogni uomo e anche ogni società hanno ricevuto per scegliere cosa fare di sé stessi. Essa è talmente necessaria che la realtà storica come tale la esige a livello essenziale anche se purtroppo a livello esistenziale può accadere ed accade di fatto che la storia, animata da logiche contrarie al suo vero dover essere ontologico, finisca per negarla, reprimerla o falsarla, assoggettandola a scelte mortifere anziché vitali. Così avviene che se la realtà storica assume logiche contrarie alla sua vera natura e ciò avviene proprio in ragione della libertà umana, anche la comprensione di tutti gli altri esseri ne risulta influenzata e perfino deformata: la persona diventa fluida oppure un ingranaggio, la natura sfruttata o divinizzata, il Dio Creatore rifiutato o umanizzato, con enormi conseguenze sul piano dell’agire collettivo. Comprendere il vero dover essere della realtà storica diventa perciò imperativo decisivo proprio per poter orientare alla convivenza libera e funzionale la vita di miliardi di persone. Il negare questa prospettiva ci espone nostro malgrado ad un agire inconsulto e senza prospettiva e a lasciarci dominare dalla logica bruta di una materia orfana della forma vera, materia che per surrogazione finisce per alienare sé stessa nel ruolo di forma in una prassi senza senso perché in fondo senza retta dottrina, come direbbero i metafisici realisti di un tempo. Per questa via gli stessi cristiani e gli uomini di volontà buona [3] (cioè volontà orientata al bene) vanno a servire inconsapevoli la costruzione della società fondata sul materialismo che, secondo il salesiano, è l’anticamera dell’ateismo prima ontologico e poi religioso [4] . A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che in fondo questo non è necessariamente un male, in fin dei conti anche le società ateo-materialiste, che sono quelle ormai realmente esistenti, possono funzionare se non bene almeno in modo accettabile. L’evidenza storica ci palesa tuttavia senza sconti che non è così e con questa affermazione iniziamo a rispondere alla seconda domanda. Gli “organismi mostro” incarnati dai sistemi capitalisti e comunisti e dai loro discendenti modernisti, fondati sull’assoluto ateo-materialista e così denominati da Demaria nel suo lungimirante testo La società alternativa [5] , stanno manifestando di nuovo oggi la rinnovata ferocia delle loro false premesse. In qualche modo essi vivono sempre a scapito di qualcos’altro: la natura, i poveri, la libertà, Dio stesso. E se queste società potessero anche risolvere (ma non possono!) gran parte dei problemi materiali che ci affliggono, resterebbe strutturalmente irrisolto il senso dell’esistere umano che fatalmente, rinchiuso nell’alveo della materia bruta, si tradurrebbe in un dramma suicida invece che in un’epica maestosa. E’ in questo clima illusorio che oggi si discute molto di pensiero unico, di grande reset, di nuovo ordine mondiale . Intanto mi viene da chiedere, perché cancellare tutto? Forse perché siamo talmente pieni di debito economico a livello mondiale che solo la sua cancellazione, con l’aiuto magari della guerra, può permettere di ripartire? E un’ipotesi che mi pare folle ma anche brutalmente realistica. Il martellamento mediatico proveniente da sponde spesso opposte ci dice altresì che non c’è una sola idea di “reset”, né una sola proposta di “pensiero unico”. Ce ne sono varie e in concorrenza tra loro, che si accusano a vicenda di complottismo, di seduzione, di violenza: capitalismo green, socialismo arcobaleno, socialismo capitalista, imperialismo misticheggiante (se non direttamente ateo-materialista almeno con un errato rapporto spirito/materia). Sono tante le prospettive di “Unico Ordine Mondiale” che si propongono come salvifiche. Ma tutto questo non è una novità , ciò che è cambiato sono solo le etichette, i nomi, le parole, ma la realtà che sottendono è sempre la medesima, quelle esplicitata dal nostro Demaria. L’esigenza di un nuovo ordine mondiale e di pensiero unico non sono che la riedizione aggiornata di quella pletora di ideologie, pseudoideologie e paraideologie che dalla rivoluzione industriale in poi cercano di dare un ordine al caos di una prassi diventata dinamica. Esse si scontrano, si fondono, si camuffano in un susseguirsi di morti e rinascite fino ad arrivare all’esito forse finale, denunciato da Benedetto XVI dell’ideologia del relativismo, che tutte le nega ma solo in fondo per affermare sé stessa, la più dogmatica. Ecco che quelle moderne, afferma Demaria, non sono più solo lotte fra popoli o nazioni ma lotte fra ideologie o meglio lotte fra ideoprassi. E in questa lotta reale per prevalere l’una sull’altra manifestano anche il loro tratto comune che le identifica e le inchioda: sono tutte prassi ontologicamente ateo-materialiste! Le uniche, ed è la storia a dirlo, che sono state in grado di portare l’umanità fin sull’orlo dell’auto-distruzione attraverso soprattutto la possibilità, oggi tornata concreta, della terza guerra mondiale nucleare. Eppure non si può fare a meno di una ideologia, cioè di una visione organica, integrale e coerente della vita umana che sappia coordinare l’agire di miliardi di persone; l’alternativa ad una qualche forma di ordine, ad una sorta prassi razionalizzata non è che la prassi selvaggia e il caos [6] . E’ stato questo l’intento della vita di Karl Marx ma anche dello stesso Adam Smith e di altri studiosi: scoprire la logica interna della storia. E cosa hanno concluso? Che la storia è materia che diviene o natura che evolve e che il cuore di questo divenire è l’economia la quale così è stata assunta non solo come base materiale della società ma anche come sua principale base spirituale. Analisi insufficiente, colma di pregiudizi, guidata da strumenti metafisici inadeguati, per cui è stato subordinato o separato lo spirito dalla materia e strutturalmente negata la soprannatura a favore della sola natura: direttamente attraverso la persecuzione violenta diretta o indirettamente attraverso la seduzione e l’occupazione di spazi e tempi. Secondo il nostro salesiano, il loro errore come quello di molti che li hanno seguiti e riaggiornati è stato proprio quello di aver posto come base spirituale della società una base che è solo materiale, l’economia appunto e di aver completamente o anche solo parzialmente ignorato il valore ontologico degli enti naturali a partire dall’uomo. Di qui l’ambizioso proposito del sacerdote piemontese di scoprire il vero logos nascosto all’interno della realtà storica. E’ questo un passaggio decisivo da comprendere profondamente: l’approdo al vero Assoluto della storia riconosciuta come realtà non è la composizione ordinata di un insieme di valori etici scelti in modo arbitrario, né il risultato di una rivelazione religiosa e nemmeno l’applicazione di una qualche dottrina costruita a priori a tavolino, è invece l’esito di una indagine metafisica rigorosa, coerente e completa che a partire dal dato di esperienza storico ci porta per esplicitazione, cioè attraverso una sorta di mostrazione [7] aristotelica, a scoprire il dover essere ontologico della realtà storica, dover essere che Demaria chiama tecnicamente essenza archetipa [8] . Questa ricerca del vero logos comporta inevitabilmente il confronto con la verità, la sua comprensione e la sua accettazione con tutti i rischi che questo comporta: la verità è più grande, nessuno possiede la verità, la verità bisogna servirla etc… Tutte espressioni che “i prudenti” giustamente manifestano per sottolineare la portata del problema ma che non lo risolvono anzi talvolta lo acuiscono cedendo spesso anche senza disputa alle “verità” sostenute da altri. A tal proposito Demaria infatti scrive: “ non si tratta né di una contrapposizione manichea, né di un accaparramento trionfalistico della verità. La verità bisogna servirla, ma per servirla bisogna conoscerla e riconoscerla […] non c’è insulto peggiore alla verità che rinnegarla o misconoscerla, col pretesto antitrionfalistico, di chi vi contrappone il proprio io con il sofisma dell’eterna ricerca ” [9] . Prosegue il Nostro: “ Oggi si preferisce il fare al pensare. Più che alla verità, che con falsa umiltà si proclama di «non possedere», si crede all'attività, ad un qualsiasi attivismo, riassorbito nell'attività personale con un totale rifiuto della sua rifusione razionale e cristiana nella prassi, anche se poi la presunta attività personale viene abbandonata alla deriva di tutte le prassi [10 ] .” E ancora: “ il discorso sulla verità oggi è impopolare. Si prova una certa nausea esistenzialista e pseudodemocratica nei suoi confronti. Si ha l’impressione o la convinzione che la verità sia diventata sinonimo di dittatura intellettuale, mentre l’errore sarebbe sinonimo di libertà e democrazia. [11 ] ” Richiami forti quelli demariani ad un impegno intellettuale coraggioso che pur nell’umiltà dell’approccio, teso ad evitare la tentazione arrogante di una saccenteria intellettuale, inclina deciso alla sfida della ricerca metafisica realistica integrale, opponendosi così alla non meno grave tentazione di una pusillanime rinuncia a priori. Ma quale può essere il criterio per individuare l’ideoprassi vera , il logos nascosto nel libro della storia che completa quello del libro della natura? [12] E’ questo se ricordate il quarto quesito proposto all’inizio. Demaria risponde schiettamente a questo interrogativo: “ Il problema della verità dell’ideologia si pone alla sua radice. Passa dalla prassi all’ideologia; dall’ideologia alla metafisica; e da una metafisica qualsiasi a una metafisica dinamica. Con ciò torna il problema di fondo: qual è la verità? Qual è la metafisica vera? […] la metafisica dinamica falsa è quella che genera un’ideologia ateo-materialista come anima della prassi; e la metafisica dinamica vera è quella che genera una ideologia come anima della prassi, non ateo-materialista […] che equivale all’affermazione dell’assoluto teo-spiritualista [13] ”. Sembra un continuo rimando ma di fatto non è possibile individuare l’assoluto vero della realtà storica, cioè quello teo-spiritualista, senza un’adeguata metafisica che per Demaria non può che essere la metafisica realistico integrale, ogni altra metafisica dinamica invece conduce all’assoluto ateo-materialista anche se a professarla è un credente, e quand’anche una metafisica dinamica non realista volesse escludere l’approdo ateo-materialista si fermerebbe a metà strada o peggio trascinerebbe alla meta che credeva di rinnegare [14] . Dai frutti conoscerete l’albero è l’insegnamento che porta a questa certezza. Ma per quale ragione è proprio quello teo-spiritualista l’assoluto vero della realtà storica? Qui il discorso giunge al suo compimento e trova la sua trattazione piena nel secondo dei tre volumi della trilogia. La constatazione è che la Realtà Storica è un ente vivo la cui forma non può che essere viva, una forma materiale inerte infatti non potrebbe che essere morta e restare morta. Forma viva e anche libera. Le uniche forme con queste caratteristiche sono la forma umana e quella divina, ma la forma umana non può che animare enti dinamici fenomenici e contingenti e non può in alcun modo rendere conto né di sè stessa, né di tutta la realtà creata. L’immediata e spontanea percezione metafisica dell’essere creaturale , a partire dal proprio io, è invece l'esperienza prima che mostra ad ognuno la propria insufficienza ad esistere da sè e rimanda quindi in modo razionale alla necessità dell'esistenza di Dio Creatore [15] ; senza questo fondamento trascendente tutto l’impianto metafisico realistico integrale fin qui presentato, resterebbe privo del necessario Garante [16] . L’unica forma viva perciò capace di dominare tutta la realtà passata, presente e futura sia naturale che storica non può che essere una forma divina; forma divina che per poter dominare la storia rispettandone la libertà deve poter agire anche dal di dentro e perciò essere ad un tempo non solo trascendente ma anche immanente, da cui l’approdo metafisico all’assoluto teo-spiritualista [17] . Ciò comporta in prima battuta per la forma sociale vera i tre presupposti negativi della non subordinazione dello spirito alla materia, della non separazione dello spirito dalla materia e della non separazione della natura dalla soprannatura [18] e in seconda battuta i suoi presupposti positivi e cioè la sua universalità, necessità, assolutezza e attualità [19] . Ho delineato in estrema sintesi il percorso filosofico demariano cui appartengono conseguenze pratiche impressionanti, la più importante delle quali è questa: senza adeguato strumento metafisico è impossibile mobilitare nella storia l’ideoprassi vera, non è cioè possibile la costruzione di una convivenza umana veramente funzionale. La metafisica assume così il suo valore concreto postulato nell’ultimo dei quesiti che ho posto all’inizio di questo lavoro. La prima, concreta e vitale esigenza è per questo motivo la formazione permanente di metafisici realistico integrali capaci di indirizzare la costruzione della società e per ciò è necessario e non più rimandabile una cattedra universitaria specifica di metafisica realistico integrale e a cascata di ideoprassiologia. Per questa via anche politica ed economia troverebbero il loro metodo e gli operatori economici, a partire dagli imprenditori, guide sempre più adeguate. La piramide dei bisogni materiali, relazionali e spirituali soprannaturali individuata anche dai più acuti economisti [20] , riceverebbe una solida pezza d’appoggio metafisica con il giusto indirizzo per evitare perniciose deviazioni verso false sirene progressiste o di contro verso ristagni statici economicamente insostenibili e impotenti a resistere al costruirsi dinamico della storia. La cultura della vita (statica e dinamica), della famiglia stabile, degli autentici valori umani, del rapporto oggettivo con le altre religioni, della libertà a servizio del bene, della persona come cellula viva attiva del corpo sociale, dell’autentica convivenza umana pacifica a livello universale avrebbero non solo diritto di esistenza sul piano culturale ma anche un concreto efficace rilancio. [1] T. Demaria, 2° Vol.,Metafisica della Realtà Storica, Ed. Costruire, Bologna 1975, p. 188. [2] T. Demaria, Metafisica e Metodo, da raccolta articoli rivista Nuove Prospettive. [3] S. Fontana, La sapienza dei medievali, Fede&Cultura, Verona 2018, p. 134 [4] T. Demaria, La Società Alternativa, Ed. Il Segno, Verona 1982, p. 15 [5] T. Demaria, La società Alternativa, ed. Il Segno, Verona 1982, p.19 [6] T. Demaria, Cristianesimo e realtà sociale, Ed. Villa Sorriso di Maria, Varese, 1959, p.47: “cosa è l’idelogia: è la visione dinamica, sintetica e concreta della vita e del mondo che si traduce nella teoria della pratica e nella pratica della teoria!” [7] G. Reale, Guida alla lettura della metafisica di Aristotele, Laterza Bari, 2004, p. 33 [8] T. Demaria, 1° Vol. Ontologia realistico-dinamica, Ed. Costruire, Bologna 1975, p. 165 [9] T. Demaria, 5° Vol. Sintesi Sociale cristiana, Ed. Costruire, Bologna 1975, p. 12 [10] T. Demaria, 5° Vol, Sintesi Sociale Cristiana, Ed. Costruire, Bologna 1975. p. 407. [11] T.Demaria, 4° vol. L’ideologia cristiana, Ed. Costruire, Bologna 1975. p. 232 [12] T. Demaria, Sinossi 1984, dispensa convegno Roma, 1984, p.10 [13] T.Demaria, 4° vol. L’ideologia cristiana, Ed. Costruire, Bologna 1975. p. 234 [14] Ivi, p. 235 [15] T. Demaria, 2° Vol, Metafisica della realtà storica, Ed. Costruire, Bologna 1975, p. 200- G. Zamboni, La persona umana, Vita e Pensiero, Milano 1983, p. 485 e 487. [16] T: Demaria, La società alternative, ed. Il Segno, Verona,1982, p. 18 [17] Ivi, p. 226 [18] T.Demaria, 5° vol. Sintesi sociale cristiana, Ed. Costruire, Bologna 1975. p. 272 [19] T.Demaria, 5° vol. Sintesi sociale cristiana, Ed. Costruire, Bologna 1975. p. 278 [20] Si veda relazione del prof. Zamagni in https://www.nuovacostruttivita.it/quali-scienze-sociali-per-il-cambiamento-depoca in occasione del convegno online di Nuova Costruttività, il 20 ottobre 2022: Quali scienze sociali per il cambiamento d’epoca.
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