L’azienda costruisce la società. Che società vogliamo costruire?

Tanti imprenditori stanno già dando il loro contributo a quella che, con la Chiesa, possiamo chiamare una Civiltà dell’Amore. Una civiltà che la Chiesa, Madre e Maestra, ci chiede con sempre maggiore urgenza di costruire, a partire dall’esortazione solennemente pronunciata da San Paolo VI nel Regina Coeli del giorno di Pentecoste 1970. (1)

La consapevolezza di far parte di un progetto di Dio e della Chiesa, insieme alla comprensione sempre maggiore di cosa sia una Civiltà dell’Amore e come la si possa costruire, permette agli imprenditori e ai lavoratori di essere ancora più efficaci nella trasformazione della nostra società, orientando meglio la loro creatività e le loro capacità imprenditoriali e specialistiche, aumentando anche la loro soddisfazione professionale e la loro gioia, nel sapere di partecipare pro-attivamente alla costruzione di una civiltà veramente cristiana.

Per capire come l’azienda possa e quindi debba costruire una Civiltà dell’Amore, dobbiamo rispondere a tre domande fondamentali:

1. Cosa è l’azienda?

2. Cosa è una Civiltà dell’Amore?

3. Come l’azienda può contribuire alla costruzione di una Civiltà dell’Amore?

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(1) “E per quanto possa sembrare strano, la Pentecoste è altresì un avvenimento che interessa anche il mondo profano. Scaturisce da essa se non altro una nuova sociologia, quella penetrata dai valori dello spirito, quella che descrive la gerarchia dei valori, e si polarizza verso i veri e più alti destini umani, quella che ha il senso della dignità della persona umana e del costume civile, quella specialmente che tende risolutamente a superare le divisioni ed i conflitti fra gli uomini, e a fare dell’umanità una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli. Ricordiamo come simbolo ed inizio di questa difficile storia il miracolo delle lingue diverse, rese dallo Spirito a tutti comprensibili. È la civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato; e tutti sappiamo se ancor oggi di amore e di pace abbia bisogno il mondo!” Paolo VI, Regina Coeli 17 maggio 1970. CDSC n° 576-583.

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1. Cosa è l’azienda?

Tutti abbiamo un’idea intuitiva di cosa sia un’azienda, un’impresa: dalle aziende personali, artigianali o tecnologiche, come le startup di giovani inventivi, alle gradi aziende statali o alle imprese multinazionali.

Una grande varietà e una crescente importanza caratterizza il mondo produttivo, che, nella nostra economia industriale, letteralmente costruisce il mondo in cui viviamo, producendo praticamente tutto quello che usiamo, dal cibo ai vestiti, dai software alle case dove abitiamo. (2)

Gli sviluppi delle nuove tecnologie hanno portato alla creazione, in tempi relativamente brevi, di veri e propri colossi informatici, sia in Occidente che in Cina, che sempre più influenzano le nostre vite, le nostre società, fino alla natura stessa dei sistemi statali, del modo in cui concepiamo e viviamo la democrazia, per non parlare dei costumi e del modo di vedere e vivere il mondo.

La rapidità dello sviluppo delle aziende, e l’impatto che hanno sul mondo, sia naturale che storico-sociale, è tale che le istituzioni legislative degli Stati, concepite in un mondo molto più lento e in cui le aziende avevano un’influenza decisamente inferiore, non riescono a stare dietro ai cambiamenti radicali che la creatività delle aziende produce, per non parlare della concentrazione del potere economico, e quindi politico, dovuta alla dirompente  forza dei giganti telematici nel produrre profitti in poco tempo.

Questa sempre più grande “forza creatrice” delle aziende è ormai un’evidenza per tutti ed è arrivato il momento di convogliare questa forza nella direzione che noi riteniamo sia la migliore. Non comprendere l’urgenza e non agire di conseguenza, significherebbe lasciare che questa forza, che dà forma alla realtà in cui viviamo, ci rinchiuda in un mondo che non abbiamo voluto e dal quale sarà molto difficile uscirne.

Ogni riflessione fondata deve partire dalla realtà e indagare la natura della cosa studiata. Che cosa è? Questa è la domanda essenziale, letteralmente.

Per capire come deve comportarsi l’essere umano dobbiamo conoscere la sua natura, la sua essenza. Allo stesso modo, per sapere come deve agire l’azienda, dobbiamo capire bene cosa sia.

Per definire l’azienda in termini ontologici, cioè per rispondere alla domanda “cosa è l’azienda”, ci rivolgiamo allo studio che ne fece il filosofo Salesiano don Tommaso Demaria (1908-1996), che comprese l’importanza dell’azienda nella costruzione delle società industrializzate come la nostra, applicando la filosofia realistico-dinamica che aveva sviluppato a partire dalla filosofia Aristotelico-Tomista.

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(2) Nella classificazione delle attività economiche e organizzazioni produttive, oltre alle aziende, bisogna annoverare l’amministrazione pubblica, le organizzazioni no-profit e i liberi professionisti che offrono beni e/o servizi, partecipando alla costruzione della società (cf. Di Carlo, E., Interesse primario dell’azienda come principio-guida e bene comune (Torino: G. Giappichelli Editore, 2017), 4). Definendo l’azienda come “un’organizzazione produttiva caratterizzata dalla presenza di tre attributi: visione sistemica, autonoma decisionale ed economicità, anche le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni no-profit possono essere annoverate tra le aziende (cf. Ib. 9).

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Demaria definisce l’impresa come “organismo dinamico economico di base, dell’attuale società industriale (o post industriale, vista nelle sue punte più avanzate)”. (3)

In quanto organismo, certamente non biologico, ma vero organismo, cioè “realtà complessa animata da un principio vitale”, nell’azienda i fattori della produzione, cioè capitale, dirigenza e lavoro, sono combinati ad opera dell’imprenditore, tenendo conto delle condizioni tecnologiche e giuridiche. (4)

La dinamicità di questo organismo storico che è l’azienda, all’interno dell’azienda stessa fa che sia in continua evoluzione, vera realtà viva ed operante, e al di fuori la proietta in un campo di mercato, innestandola nella società intesa nel suo complesso di società globale. (5)

Dobbiamo domandarci adesso, quale sia il principio vitale che anima l’azienda, la fa vivere, evolvere ed agire.

Demaria considera tre principi vitali dell’impresa: il profitto, la creatività dell’imprenditore, e la costruttività.

Il profitto, necessario al funzionamento e alla crescita dell’impresa, è il principio “puramente economico” dell’azienda.

La creatività dell’imprenditore “coglie l’atto imprenditoriale come capacità e atto creativo, e la funzione dell’impresa come funzione creatrice nei vari settori: economico, tecnologico, merceologico”. (6)

La costruttività è il principio vitale dell’impresa come organismo dinamico in se stesso, che si armonizza con la costruzione della società globale e concorre a costruirla. (7)

Questi tre principi vitali sono presenti nell’impresa, e a secondo del modo in cui sono combinati, avremmo un’impresa e un impatto sulla società diversi.

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(3) Demaria, T., Per una autentica società giusta: una concreta nuova presenza cristiana = Atti del corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, 26-30 dicembre 1977, Roma 1977, dattiloscritto, p. 57.
(4) Cf. Ib. p. 60.
(5) Cf. Ib. p. 61.
(6) Ib. p. 66.
(7) Cf. Ib.

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Se il profitto assume la preminenza, come nel caso della maggior parte delle imprese delle economie liberal-capitaliste, la creatività dell’imprenditore sarà al servizio del profitto e l’impatto sulla società, la costruttività dell’impresa, sarà quella di dare una forma liberal-capitalista alla società, dove tutto diventa progressivamente, ma inesorabilmente monetizzato e formato in funzione del profitto.

Nel caso in cui la creatività dell’imprenditore abbia il primato nell’azienda, il profitto sarà al servizio di questa e l’azienda formerà la società ad immagine della creatività dell’imprenditore con più o meno successo. (8)

La costruttività dell’azienda è il principio vitale più specificamente inerente all’essere organismo dinamico dell’impresa, la cui funzione nella società, come abbiamo avuto modo di menzionare sopra, è quella di “costruire” la realtà in cui viviamo, se consideriamo che ogni bene o servizio di cui facciamo uso è prodotto da aziende.

Filosoficamente ed economicamente possiamo affermare che il principio vitale più specifico, l’anima vera dell’azienda, sia la costruttività, e potremmo aggiungere teologicamente che la funzione provvidenziale dell’azienda, a partire dall’epoca industriale, sia quella di cooperare alla costruzione della società e quindi della civiltà, secondo il piano di salvezza di Dio.

Se è vero che è Dio che salva, principalmente attraverso la grazia sacramentale dispensata dalla Sua Santa Chiesa, poiché la grazia non cancella la natura, ma la sopraeleva, tutto quello che umanamente può essere realizzato cristianamente, deve essere promosso e sviluppato; così è anche per la società in cui viviamo, la civiltà che costruiamo, che deve essere solidamente fondata e tendere alla promozione integrale della persona umana e del bene comune, sapendo che “la convivenza diventa tanto più umana quanto più è caratterizzata dallo sforzo verso una più matura consapevolezza dell’ideale verso cui essa deve tendere, che è la « civiltà dell’Amore ».” (9)

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(8) Circa il 90% delle startup fallisce (fonte articolo online Forbes).
(9) Cf. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (CDSC) n° 391.

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2. Che cosa è una Civiltà dell’Amore?

Come abbiamo visto, l’espressione “Civiltà dell’Amore” è stata coniata da San Paolo VI, e da allora i Papi e la Chiesa tutta promuovono la comprensione e la realizzazione di questa civiltà veramente cristiana. (10)

  Cominciamo definendo cosa intendiamo per “civiltà” e “amore”.

La civiltà può essere compresa come la società, la cultura e il modo di vivere di una regione particolare in una certa epoca. In questo senso, parliamo delle civiltà antiche, come la civiltà egizia, e contemporanee, come la civiltà europea.

Questa è una definizione storica e fenomenologica, cioè così come noi conosciamo e usiamo il termine “civiltà” nell’uso comune.

Una definizione che invece voglia cogliere l’essenza di una civiltà, cioè esprima gli elementi specifici che la costituiscono e la caratterizzano, è anch’essa offerta da San Paolo VI: per civiltà intendiamo “quel complesso di condizioni morali, civili, economiche, che consentono alla vita umana una sua migliore possibilità di esistenza, una sua ragionevole pienezza, un suo felice eterno destino.” (11)

L’amore in questione è chiaramente la carità cristiana, cioè l’amore che vuole il vero bene dell’altro, fino al sacrificio della propria vita, non solo la carità personale, ma anche nella e per la comunità; in questo senso, si parla della carità sociale o carità politica. (12)

L’amore deve essere “la norma costante e suprema dell’agire”, (13) sia a livello interpersonale che a livello comunitario.

Una Civiltà dell’Amore è quindi una civiltà dove l’amore anima “ogni settore della vita umana, estendendosi anche all’ordine internazionale.” (14)

Infine, come espressamente affermato nella definizione di San Paolo VI, bisogna sempre ricordarsi che il vero bene di ogni uomo e della comunità degli uomini è legato al destino eterno, alla beatitudine, vero fine della vita di tutti, per cui una Civiltà dell’Amore deve considerare la realtà della vita terrena in prospettiva della dimensione escatologica. (15)

La Chiesa, Madre e Maestra, non solo ci invita a partecipare attivamente alla costruzione di una Civiltà dell’Amore, ma ci offre anche i principi fondamentali che incarnano la virtù della carità nella società, nella cultura e nella morale sociale.

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa enumera cinque principi fondamentali e fra di loro interconnessi, attraverso i quali si incarna la carità cristiana nella vita delle comunità: (16) il bene comune; la destinazione universale dei beni; la partecipazione; la sussidiarietà; la solidarietà.

Indissolubilmente legati a questi principi, ci sono i tre valori fondamentali della società: la verità, la giustizia e la libertà. (17)

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(10) Vedi nota 1.
(11) Paolo VI, Catechesi 31125, 31 dicembre 1975.
(12) “L’amore deve essere presente e penetrare tutti i rapporti sociali: specialmente coloro che hanno il dovere di provvedere al bene dei popoli « alimentino in sé e accendano negli altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù. La salvezza desiderata dev’essere principalmente frutto di una effusione di carità; intendiamo dire quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del secolo ». Questo amore può essere chiamato « carità sociale »  o « carità politica »  e deve essere esteso all’intero genere umano.” CDSC n° 581.
(13) CDSC n° 582.
(14) Ib.
(15) Cf. CDSC n° 583.
(16) “I principi della dottrina sociale devono essere apprezzati nella loro unitarietà, connessione e articolazione. Tale esigenza si radica nel significato attribuito dalla Chiesa stessa alla propria dottrina sociale, di « corpus » dottrinale unitario che interpreta le realtà sociali in modo organico. L’attenzione verso ogni singolo principio nella sua specificità non deve condurre ad un suo utilizzo parziale ed errato, che avviene qualora lo si invochi come fosse disarticolato e sconnesso rispetto a tutti gli altri. L’approfondimento teorico e la stessa applicazione di anche uno solo dei principi sociali fanno emergere con chiarezza la reciprocità, la complementarità, i nessi che li strutturano. Questi cardini fondamentali della dottrina della Chiesa rappresentano, inoltre, ben più di un patrimonio permanente di riflessione, che pure è parte essenziale del messaggio cristiano, poiché indicano a tutti le vie possibili per edificare una vita sociale buona, autenticamente rinnovata.” CDSC n° 162.
(17) Cf. CDSC n° 160-208.

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3. Come l’azienda può contribuire alla costruzione di una Civiltà dell’Amore?

Domandiamoci allora, come un’azienda possa incarnare questi principi al suo interno e come possa favorire l’applicazione degli stessi all’esterno, cioè nella società che essa contribuisce a costruire.

In primo luogo, è fondamentale che l’azienda prenda consapevolezza della sua funzione specifica, che è quella di costruire la società: è questa l’anima, cioè il principio vitale primario dell’azienda, come abbiamo visto nel primo paragrafo.

Teologicamente parlando, il ruolo dell’azienda, nell’epoca industriale, è quello di partecipare attivamente all’azione della divina Provvidenza, cooperando alla realizzazione di società e culture che permettano alla vita umana “una sua ragionevole pienezza, un suo felice eterno destino”, per riprendere la definizione di civiltà di San Paolo VI sopra riportata.

Proviamo a fornire qualche riflessione sul modo concreto in cui le aziende, di ogni tipo e dimensione, possano incarnare i principi della Dottrina Sociale della Chiesa.

Partiamo dal primo principio, il bene comune, cioè “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente.” (18)

Il bene comune interno dell’azienda e quello esterno all’azienda, quello che l’azienda contribuisce a promuovere con i beni e servizi che produce e vende nel mercato, sono collegati fra loro.

Il bene comune interno riguarda la vita e lo sviluppo dell’azienda che è fonte di sostentamento per le famiglie legate alla stessa, ed è il luogo dove tutti sono chiamati a collaborare per il suo buon funzionamento, in condizioni di lavoro consone, che rispettino non solo le normative vigenti, ma che favoriscano il benessere di tutti.

Tanti sono gli esempi di come grandi imprese, ad esempio Ferrari o Google, abbiano creato spazi di lavoro non solo sicuri, ma anche a misura d’uomo, e abbiano previsto anche possibilità di svago, di accoglienza per i bambini dei dipendenti ed altre forme di miglioramento della qualità della vita di chi lavora nell’azienda. (19)

La condivisione degli utili eccezionali, e altre pratiche incrementano il bene comune interno all’azienda, che la creatività dell’imprenditore e i profitti permettono di implementare.

Riguardo al bene comune esterno, l’azienda è chiamata a realizzare i prodotti e i servizi che vuole proporre al mercato in funzione del bene comune, usando la creatività dell’imprenditore e i profitti.

Un esempio è certamente la produzione di oggetti in plastica biodegradabile, o il servizio di consegna a domicilio della spesa per chi non ha la possibilità di occuparsene di persona … gli esempi sono praticamente infiniti. (20)

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(18) CDSC n° 164.
(19) Per avere un’idea delle condizioni di lavoro, ad esempio, in Google, si rimanda all’articolo “Google è il miglior posto dove lavorare nel mondo”, online  https://www.millionaire.it/google-miglior-posto-12-motivi-lavorare-google/
(20) Come definizione generale del bene comune legato all’azienda possiamo accogliere quello proposto dal professore di Economia Aziendale dell’Università di Tor Vergata, e di Responsabilità Sociale alla LUMSA, Emiliano Di Carlo: “Il bene comune dell’impresa consiste nel raggiungere i suoi interessi primari multidimensionali, cioè di soddisfare i bisogni umani attraverso la produzione di beni e servizi utili e di creare un valore sostenibile (o un profitto sostenibile), nel breve, medio e lungo periodo.” Di Carlo, E., “The Real Entity Theory and the Primary Interest of the Firm: Equilibrium Theory, Stakeholder Theory and Common Good Theory”, in S. Brunelli and E. Di Carlo (eds) Accountability, Ethics and Sustainability of Organizations. New Theories, Strategies and Tools for Survival and Growth (Cham: Springer Nature Switzerland, 2020), 17.

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Il principio della destinazione universale dei beni, (21) all’interno della impresa, riguarda sia il modo in cui la proprietà della stessa è distribuita, (22) sia la consapevolezza delle persone che in essa lavorano dell’utilità condivisa di ciò che la costituisce, mentre all’esterno dell’azienda, è ad esempio l’utilizzo responsabile delle risorse comuni, chiamate oggi “global commons” e ancora difficili da definire a livello di diritto internazionale, (23) e il rispetto dell’ambiente, entrambe oggetto della Responsabilità Sociale dell’Impresa, che, negli ultimi anni, è diventato uno dei più promettenti campi di studio legati all’azienda. (24)

Aspetto specificamente cristiano del principio della destinazione universale dei beni, e quindi essenziale per una Civiltà dell’Amore, è l’attenzione rivolta in primo luogo a chi vive in situazioni di difficoltà: “Il principio della destinazione universale dei beni richiede che si guardi con particolare sollecitudine ai poveri, a coloro che si trovano in situazioni di marginalità e, in ogni caso, alle persone a cui le condizioni di vita impediscono una crescita adeguata. A tale proposito va ribadita, in tutta la sua forza, l’opzione preferenziale per i poveri” (CDSC n° 182).

Passiamo adesso al principio di sussidiarietà, formulato per la prima volta nell’enciclica Rerum novarum (1891) di Papa Leone XIII, ed entrato in seguito nella Costituzione italiana (Titolo V) e tra i principi enumerati nei trattati dell’Unione Europea (Principi, art. 5, TUE).

“In base a tale principio, tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto (« subsidium ») — quindi di sostegno, promozione, sviluppo — rispetto alle minori” (CDSC n° 186).

Applicare il principio generale di sussidiarietà alle aziende, all’interno e all’esterno, implica una maggiore responsabilità di ciascun dipendente di un’azienda nel suo agire sul contenuto del proprio lavoro, nella deliberazione sugli obiettivi e sull’organizzazione del proprio servizio, ed anche su quelli dell’azienda, tenendo conto degli altri principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare a quello della partecipazione, e della funzione primaria dell’azienda, che è quella di contribuire a costruire la società e quindi la civiltà. (25)

“Caratteristica conseguenza della sussidiarietà è la partecipazione, che si esprime, essenzialmente, in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, direttamente o a mezzo di propri rappresentanti, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene” (CDSC n° 189).

Se all’interno dell’azienda la partecipazione va di pari passo con la sussidiarietà, all’esterno il contributo che un’azienda può dare alla partecipazione nella costruzione della società può riguardare la produzione di beni e servizi che favoriscano la partecipazione stessa dei clienti, come ad esempio il ruolo che possono svolgere le piattaforme dei social media.

Infine, il principio della solidarietà rende conto contemporaneamente della dignità della persona umana, e dell’interdipendenza che esiste tra gli esseri umani e tra i popoli (si può estendere questo principio a tutto il creato), sempre più evidente nel mondo interconnesso dalle nuove tecnologie. (26)

Il contributo delle aziende in questo senso è vario e già molto ben sviluppato, soprattutto in quello che si chiama “corporate giving”, cioè l”’impegno economico da parte di un’impresa a sostegno di una causa di utilità sociale, realizzato al fine di perseguire fini di business e, al tempo stesso, contribuire al benessere sociale.” (27)

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(21) ”La destinazione universale dei beni comporta uno sforzo comune teso ad ottenere per ogni persona e per tutti i popoli le condizioni necessarie allo sviluppo integrale, così che tutti possano contribuire alla promozione di un mondo più umano, « in cui ciascuno possa dare e ricevere, ed in cui il progresso degli uni non sarà un ostacolo allo sviluppo degli altri, né un pretesto per il loro assoggettamento ».” CDSC n° 175.
(22) Per una presentazione delle forme di partecipazione alla proprietà delle aziende si veda, ad esempio, Molesti, R., Impresa e partecipazione. Esperienze e prospettive (Milano: Franco Angeli, 2006).
(23) Cf. Mellon, C., “Destinazione universale dei beni”, Aggiornamenti sociali febbraio 2012.
(24) Vedere, ad esempio, Dettori, A., Floris, M., Responsabilità sociale d’impresa e sostenibilità: Il ruolo delle piccole e imprese familiari (Milano: Franco Angeli, 2020).
(25) Per una trattazione sulla modulazione della sussidiarietà all’interno dell’azienda vedere, ad esempio, Weil, T., Dubey, A., Richer, M., “Autonomie, responsabilité, subsidiarité : peut-on libérer les énergies dans les entreprises ?” Le journal de l’école de Paris du management, 141(1) (2020) 37-44. https://doi.org/10.3917/jepam.141.0037
(26) Cf. CDSC n° 192.
(27) “Un’azienda può garantire il proprio sostegno alla causa sostenuta dall’organizzazione non profit secondo modalità di corporate giving diverse: – Corporate philanthropy: è una donazione di beneficenza erogata da un’azienda profit nei confronti di una un’organizzazione non profit che viene eseguita senza alcuna finalità per l’azienda. È la forma più semplice di corporate giving, che non necessita di un accordo preventivo tra le parti. In questo caso il contributo dell’impresa alle organizzazioni e ai progetti correlati è esclusivamente di tipo monetario. – Strategic corporate philanthropy: differentemente dalla corporate philanthropy, in questo caso la donazione dell’azienda non è del tutto disinteressata, ma è parte integrante di una più vasta strategia competitiva che risponde alla necessità di bilanciare obiettivi economici e sociali. – Cause Related Marketing (CRM): è un’attività d’impresa a supporto di una causa sociale, in cui la donazione, da parte dell’azienda, è subordinata all’acquisto di un prodotto o servizio da parte del consumatore. In questo caso, l’impresa contribuisce a realizzare un progetto di interesse sociale promosso dalla non profit, fornendo risorse finanziarie in proporzione al fatturato derivante dalla partnership. Vedi Cause related marketing per approfondimenti. – Licensing o concessione del logo: partnership in cui l’organizzazione non profit concede il proprio marchio alla azienda profit in cambio di un corrispettivo economico. Questa tipologia di collaborazione commerciale assume la natura di un rapporto di fornitura, importante per l’azienda profit al fine di qualificare e valorizzare il prodotto associato al marchio della non profit. Vedi Licensing per approfondimenti. – Sponsorship o sponsorizzazioni sociali: con l’accordo di sponsorizzazione, un’impresa si impegna a finanziare in modo diretto una causa di utilità sociale promossa da un’organizzazione non profit, in cambio della possibilità di affiancare il proprio marchio a quello dell’organizzazione in tutti gli ambiti e le fasi in cui questa attività viene svolta e comunicata al pubblico. La finalità delle sponsorizzazioni è, in particolare, quella di aumentare la notorietà dell’azienda, permettendole di ottenere una posizione particolare rispetto alle aziende concorrenti. Ciò anche in virtù del fatto che il messaggio dell’impresa viene veicolato attraverso i canali di comunicazione dell’organizzazione senza fini di lucro, apparendo dunque più credibile agli occhi del pubblico. Vedi Sponsorizzazione per approfondimenti. – Joint promotion: è una forma di collaborazione commerciale simile alla sponsorizzazione, in cui il prodotto viene utilizzato come mezzo per la trasmissione del messaggio o della causa sostenuta dalla non profit. L’azienda, in questo caso, non sostiene la causa con un contributo economico diretto, ma offre la sua disponibilità a veicolare il messaggio. – Joint fund raising: è una forma particolare di collaborazione commerciale in cui l’azienda si pone come intermediario per la raccolta fondi tra i propri clienti e l’organizzazione non profit. Ad esempio, l’esposizione, da parte delle banche, dei pieghevoli per la raccolta fondi presso gli sportelli bancari delle proprie filiali. – Concorsi a premio e raccolte punti: iniziative di corporate giving possono essere realizzate anche attraverso raccolte punti, inserendo nel catalogo dei prodotti della raccolta punti anche una donazione a favore di un’organizzazione non profit, oppure organizzando concorsi a premio la cui partecipazione è subordinata ad una donazione. – Volunteer program: sono programmi di corporate giving che prevedono il coinvolgimento del personale interno dell’azienda. Ad esempio, le iniziative in cui l’azienda invita i propri dipendenti a dedicare del tempo (retribuito) all’attività di volontariato, oppure a devolvere la retribuzione di alcune ore di lavoro al finanziamento di una causa sociale. – Payroll giving: iniziativa di raccolta fondi rivolta al personale interno in cui la stessa azienda si fa portavoce nel raccogliere le offerte dei dipendenti che possono scegliere o di effettuare una donazione mensile o di donare una o più ore di permesso retribuito – No gadget promotion: un ulteriore modo di offrire un contributo a favore di una causa sociale è quello di sostituire i regali di Natale o i gadget che normalmente vengono realizzati in occasione di un evento aziendale con una donazione a favore di un’organizzazione non profit.” Fonte: “Coprorate giving”, Glossario Marketing online.

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Conclusioni

La comprensione ontologica della realtà è necessaria per capirne il funzionamento e quindi poter fissare degli obiettivi che siano adeguati alla realtà stessa e agire in maniera coerente ed efficace per realizzarli.

Questo vale anche per le aziende, che, soprattuto nel nostro tempo, e prevedibilmente sempre di più (pensiamo ad un’azienda come Amazon, che non solo sta “fagocitando” il mercato della distribuzione, ma sta crescendo nell’industria dell’intrattenimento, dell’esplorazione spaziale, ecc…), svolgono una funzione cruciale nella costruzione della civiltà in cui viviamo.

Solo una visione teologica può guidare la riflessione filosofica, economica, sociale e culturale che costituiscono lo scheletro di ogni civiltà presente e futura, perché è l’unica a fornire le informazioni determinanti sulla realtà storica stessa, comprensibile solo in funzione della finalità escatologica.

La teologia ci fa capire che la costruzione di tante Civiltà dell’Amore quante sono le culture, i popoli e le società presenti sulla terra non è un’opzione fra le tante, ma l’unica vera possibilità di partecipare ai vari livelli, individualmente e come comunità, al governo  stesso di Dio dell’Universo, secondo il piano da Lui prestabilito sin dall’inizio dei tempi, che, come ci dice la Scrittura, è “il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef. 1, 10).

Mai come oggi il mondo si è trovato pronto a accogliere, o a rifiutare, la forma cristiana delle società!

Provvidenzialmente, infatti, la Rivoluzione Industriale, attraverso le aziende, inocula il dinamismo nelle società, rendendole materia dinamica, sempre più atta a ricevere la forma cristiana, che è eminentemente dinamica.

Questo è il momento di focalizzare le risorse, intellettuali e materiali, per entrare sempre più nell’armonia della realtà tutta, terrena e celeste, nel movimento verso la finalità ultima che è il Cristo Totale, in un cammino umano-divino, cioè sostenuto dalla grazia e guidato dalla Chiesa Madre e Maestra, e dove le aziende svolgeranno un ruolo sempre più importante.

 

fr. Riccardo Lufrani OP

Conferenza introduttiva tenuta al Convegno “Etica, Società e Impresa”.

Panel: Agostino Scornaienchi (CEO Terna), Lucia Fioravanti (Direttore Finance & Corporate Affairs Sogei) e Roberto Mannozzi (Head of Group Adminstration Tax and Control Ferrovie dello Stato Italiane – Presidente Andaf),

Pio Sodalizio dei Piceni, Roma 22 ottobre 2020.

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