Il “pastoralismo” di Stefano Fontana

Il “pastoralismo”, malattia infantile del catto-pietismo 

di Stefano Fontana

 Le incertezze e le paralisi che la Chiesa italiana ha reso evidenti nella confusione sulla linea da prendere a proposito del disegno di legge Cirinnà hanno un nome: pastoralismo. Una Chiesa che si è così a lungo macerata e lacerata su una cosa in vero molto Stefano Fontanasemplice da fare, come opporsi ad una legge disumana da tutti i punti di vista, richiede una ragione culturale: il pastoralismo. Il pastoralismo ha fatto dire a tanti vescovi e sacerdoti che le manifestazioni di piazza rompono il dialogo e non costruiscono.

Il pastoralismo ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone. Il pastoralismo ha fatto pensare che la Chiesa debba solo formare – chissà poi chi, dove e come – e poi ognuno entra nella pubblica piazza con la propria coscienza. Il pastoralismo fa ritenere a tanti preti che la Chiesa non debba dire mai di no, ma piuttosto debba accompagnare tutti e sempre. Il pastoralismo ha fatto sì che per qualcuno una presa di posizione contro l’omosessualità toglierebbe spazio alla pastorale delle situazioni di frontiera, tra cui quella delle persone con tendenze omosessuali.

Il pastorialismo fa ritenere che scendendo sul terreno delle leggi civili la fede cattolica diventiideologia. Il pastoralismo ha impedito a tante comunità cattoliche di trattare certi temi, perché troppo carichi di valenze politiche e quindi potenzialmente divisivi. Il pastoralismo ha indirizzato tante Diocesi a trattare certi temi, ma con l’intervento di tutte le opinioni in campo e senza prendere posizione. Il pastoralismo, per non precludere la via dell’azione pastorale, ha bloccato ogni azione. Una Chiesa molto pastorale, ma per questo afasica e aprassica.

Il pastoralismo è una malattia della Chiesa italiana di oggi. Secondo il pastoralismo non solo noi ma anche Dio non deve giudicare le situazioni e i comportamenti, perché giudicando impedirebbe l’incontro pastorale con tutti. Anche questo dei pastoralisti è una forma di giudizio, naturalmente, dato che non si prende posizione nei confronti della realtà se non giudicandola, ma ciò non toglie che il nemico mortale del pastoralismo, pur contraddittoriamente, sia il giudicare. Nemmeno una legge, secondo il pastoralismo, si può giudicare perché in questo caso la fede diventerebbe dottrina imposta e impedirebbe la pastorale. Giudicata male una legge, ti tagli i rapporti con coloro che invece in quella legge credono. Il pastoralismo è senza verità, perché senza giudizio non c’è più verità. Il pastoralismo è un sentimento, un atteggiamento agnostico, un prendere posizione senza prendere posizione, un inganno.

La Chiesa italiana si sta spostando da una presenza strutturata, a partire da un bagaglio divisioni delle cose, con alle spalle un patrimonio dottrinale anche nella forma di dottrina sociale della Chiesa e con davanti un progetto culturale, ad una presenza destrutturata, immediata, priva di distinzioni di piani, fondata su un lodevole slancio di carità e di voglia di incontrare l’altro, ma priva ormai della volontà di incontrarlo all’interno di una costruzione del bene comune, complessa ed articolata.

Gli immigrati vanno accolti: sì ma le politiche dell’integrazione come le impostiamo? La precarietà lavorativa va eliminata: sì ma le politiche del lavoro come le facciamo? Questa economia uccide: sì ma come impostiamo le politiche economiche e finanziarie oltre la buona volontà individuale e gli slogan moralistici? Delle istituzioni ce ne occupiamo ancora? E delle leggi? E della politica? Trasformiamo tutta la Chiesa in una Caritas o ricominciamo a insegnare e ad apprendere la dottrina sociale della Chiesa, che ci dia una cultura del sociale e del politico, un quadro dottrinale e teorico in grado di orientare al bene la nostra presenza, non solo nella solidarietà dei bisogni dei senzatetto – vera ma corta – ma anche in quella lunga della vita, della famiglia e della scuola?

Al convegno ecclesiale di Firenze non ho trovato traccia della dottrina sociale della Chiesa, che –almeno così mi sembra – non sia mai nemmeno stata nominata. Per andare a portare una bevanda calda e una coperta a chi dorme all’addiaccio di notte essa non serve, ma per prevenire quelle situazioni oltre che curarle è invece molto importante. La Chiesa italiana vuole solo andare tutta a portare le bevande calde a chi dorme all’addiaccio di notte? Vuole andare tutta a Lampedusa? O vuole ancora costruire una società secondo verità e per il bene dell’uomo?

Se è così lo slancio pastoralistico non è sufficiente, ma bisogna occuparsi anche delle strutture, delle istituzioni, delle leggi ed avere una visione complessiva e coerente delle cose. Il pastoralismo odia le visioni complessive e coerenti delle cose e dice che non si addicono ai cattolici. Sanno troppo di “sistema” che avrebbe così la prevalenza sulle persone. Per il pastoralismo esistono solo casi unici e singolari, da affrontare uno per uno, con discernimento, come è in voga dire oggi. Si corre il rischio, però, di gettare via, con gli schemi, anche le idee.

Articolo tratto da: la Nuova Bussola Quotidiana il 13-01-2016

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2 risposte a Il “pastoralismo” di Stefano Fontana

  1. Bobby Roger scrive:

    Si è conclusa domenica la giornata dei migranti. Effettivamente anche io credo raccogliere persone in mezzo al mediterraneo non risolve il problema per il quale esse sono partite. A chi spetta risolvere questo problema? Direttamente a Dio Padre, a Cristo, o allo Spirito Santo? O forse a noi?
    Chi deve fare della terra un giardino in cui tutti possono vivere? A noi o un miracolo di Dio?
    Preghiamo, e puntiamo sulla pastorale, consci dei suoi limiti. Io credo che un gigantesco “piano Marshall” che punta ad istituire cicli economici nel “nuovo mondo” risolverebbe tanto i problemi della riconversione industriale del mondo occidentale quanto quelli della sopravvivenza e migrazione.
    Ci troviamo infatti nella stessa situazione in cui si trovavano i popoli alla fine della seconda guerra mondiale: dovevamo smantellare le industrie belliche, mandare a casa gli operai e le operaie, e nello stesso tempo mantenere l’occupazione; smantellare l’industria e nello stesso tempo e dare occupazione ai militari che tornavano dal fronte. Oggi invece dobbiamo trasformare la terra in un giardino, e businnes dei businnes, farlo con un’economia sostenibile che va a sostituire quanto costruito sino ad ora. Laudato si’, mi signore.
    preghiamo e puntiamo sulla pastorale, sapendo che la pastorale deva Laudare il signore.

  2. Maria Grazia Tassano scrive:

    Bobby Roger, Stefano Fontana, Paolo Smeraldi vanno “controcorrente”, un termine che usava anche Giovanni Paolo II ed è in quell’accezione che lo uso. Tutti i Papi del ‘9oo hanno ripetuto, ciascuno argomentando secondo il loro”momento presente” “MAI PIU’ LA GUERRA”, che ai tempi di Benedetto XV era la Prima Guerra Mondiale da scongiurare, con tutte le forze, soprattutto quella dello Spirito Santo, data la umana tendenza verso la discordia, la quale prevaleva come oggi. Che cosa c’entra la guerra, col pastoralismo, con le rotte dei migranti, con Papa Francesco, che è addirittura accusato da persone che vogliono denunciare e combattere la massoneria di favorirla. Se i cristiani , come me, del resto, conoscessero almeno come il regolamento del calcio e come le chiacchiere dei politici e di chi imita allenatori, ministri, giornalisti, censori vari,…(che , in mancanza d’una pacificazione interna al nosro popolo che è stato ferito in modo grave dalle guerre patite e fatte patire – e fermiamoci al ‘900, che è fin troppo nefasto e pesante sulle spalle di chi vive nel XXI secolo, continuano/ continuiamo, ci sono anch’io… a ripetere schemi poco …civili e strategie da superare, ecc.)i documenti del Concilio Vaticano II, l’attuazione nata all’interno di essa con le varie esperienze che da esso sono nate, o in minor modo, contro di esso ecc. avremmo almeno una serie di fatti di cui parlare, tenendo conto che lo Spirito Santo, quando e dove agisce, non è preso in considerazione da chi non crede. Chi si riconosce dentro alla Chiesa o ad un’altra esperienza cristiana, ne tiene conto, lo invoca, sa che non si può giudicare dal di fuori la vita dei gruppi ed organismi umani perchè sono vivi e suscettibili di scelte dettate dalla libertà umana, suscettibile di errore, si spera in buona fede, ma potrebbe anche non esserlo. Dio ha tanto rispetto della libertà umana che ci permette di sbagliare, aspettando che ci si ricreda e si torni nella strada verso di Lui. Capisco che ho già parlato anche troppo, senza arrivare al punto, nè tantomeno ad argomentare sufficientemente, seguendo un metodo induttivo o deduttivo per arrivare ad enunciare possibili conclusioni del discorso. Mi scuso e – se qualcuno vorrà pormi domande, risponderò ben volentieri.Ora vado a cercare i documenti del Concilio, intanto.

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